THOMAS BRAIDA

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THOMAS BRAIDA
SOLO SHOW

Opening sabato 6 febbraio
h 11 – 16 | Brunch in galleria dalle 11 alle 14

Monitor è lieta di presentare la prima mostra personale di Thomas Braida (Gorizia, 1982). Dopo il debutto a Monitor Studio a New York, lo scorso gennaio, il pittore italiano per la sua prima mostra personale a Roma, ha realizzato un denso corpo di lavori che spaziano dalla pittura su tela a quella su tavola fino ad arrivare alla scultura, offrendoci un excursus variegato della sua ricerca.

Da un estratto dell’intervista a Thomas Braida dal titolo ‘The catlover artist’ (2014), a cura di Caroline Corbetta (curatore indipendente e direttore artistico del Crepaccio, Milano)

CC-Cosa succederebbe se non lo facessi, se smettessi di dipingere?

TB_Tante cose belle, sono creativo. Mi diverto a fare un po’ di tutto: cucinare, mangiare, lavorare la creta, piantare piante, fare infusi a base di grappa (e assaggiarli), dedicarmi al bricolage, prendermi cura dei gatti… Insomma, vivrei in campagna, leggerei e dipingerei bei paesaggi, perciò non smetterei di dipingere.

CC-Invece di “artista che usa la pittura” ti autodefinisci tranquillamente pittore –cosa che non si usa più molto. Ma sostanzialmente te ne freghi. Sei demodè, fuori dalle tendenze, eppure così dentro al flusso della storia dell’arte. Questa è la tua forza. Sei consapevole di sapere dipingere bene, così intensamente e con tanta onestà?

TB- Sì, certo, te ne accorgi prima o poi. Ma non è colpa mia, a me sembra il minimo quando si dipinge. Fare il pittore è un lavoro che non si può fare bene strizzando l’occhio alle mode.

La mostra sarà corredata da un testo critico a cura di Ilaria Gianni (curatrice e critica d’arte), che sarà presentato successivamente all’apertura della mostra.

Fino al 12 marzo


THOMAS BRAIDA
SOLO SHOW

Opening sabato 6 febbraio
h 11 – 16 | Brunch in galleria dalle 11 alle 14

Monitor is delighted to host the Rome solo debut of Thomas Braida (Gorizia, 1982), following his first show at Monitor Studio, New York, last January. For his Roman debut, Braida has completed a dense body of paintings on supports ranging from canvas to wood and paper, offering a broad take on the variegated nature of his artistic research.

 An extract from ‘The catlover artist’ (2014) an interview with Thomas Braida curated by Caroline Corbetta (curator and artistic director at Crepaccio, Milano)

CC – What would you do if you were to stop painting?

TB – So many beautiful things, I’m creative. I amuse myself with all kinds of activities – cooking, eating, moulding clay, planting plants, making (and tasting) grappa teas, bricolage, looking after cats. I think I would live in the country, read and paint beautiful landscapes, so you see in the end I wouldn’t stop painting.

CC – Rather than saying you simply “use” the painting medium, you define yourself with the slightly anachronistic term “painter”. But ultimately you really couldn’t care less – you are out of fashion, out of the trend and yet so within the flux of art history. And that is your strength. Are you aware of the fact that you paint well, so intensely and with such honesty?

TB – Yes, well, sooner or later you realise. But it’s not my fault and to me it’s the least you can do when you paint. Painting is not a job you can do well if you have your eye on trends.

The show will be accompanied by a critical text by Ilaria Gianni (Curator and writer), which will be presented after the exhibition at Monitor.

Until March 12th

Thomas Braida

Thomas Braida, Gorizia 1982. He works and lives in Venice.
Solo shows (selected): Monitor, Solo show, Rome; Monitor Studio, New York; Thomas Braida – TOADS SWALLOW FIREFLIES, THE GODS EAT EVERYTHING, Gust van Dijk – Home to Contemporary Art,Tillburg, Holland (2014); Thomas Braida and Valerio Nicolai: Thomas Braida, Il Crepaccio, Milan (2012); Braida / Nicolai, SM>ART, Udine (2011)
Group shows (selected): Qui non si canta il mondo delle rane curated by Andrea Bruciati, Fondazione Malvina Menegaz per le arti e le culture, Castelbasso (TE); BACO | OPEN MIA curated by Stefano Raimondi and Mauro Zanchi, Palazzo della Misericorda(2015); SHIT AND DIE, curated by Maurizio Cattelan, Palazzo Cavour, Turin; Un’idea di Pittura I, Monitor, Rome; La Collezione-Fondazione Malutta, Venice; Istanbul is very busy, SEA Foundation, Istanbul (2013); I Veneziani, P- 1 adiglione Crepaccio at yoox.com (2013); IL CREPACCIO_HAPPY SUMMER! (2012), Painting Detours, Villa Gorgo – Guado dell’Arciduca, San Vito al Torre, Udine (2012); Personal effectsonsale, Padiglione dell’Esprit Nouveau di Le Corbusier, Bologna (2012); Premio Lum, Teatro Margherita, Bari (2011); 94ma Collettiva Giovani Artisti, Fondazione Bevilacqua La Masa, Venice (2010).


Il delirio dell’icona / L’icona delirante
di Ilaria Gianni

Cosa hanno in comune i soggetti di Salvator Rosa, Caravaggio, Goya, Delacroix, Annibale Carracci, con immagini di mini-gatti, di gatti che cambiano pelo, di gatti che parlano? E le nature morte di Frans Snyder, Dmitry Sevryukov, Brueghel il Giovane, cosa possono condividere con cremini-gelato attaccati alla corrente, videogiochi pixelati e foto pornografiche di amazzoni? Senza dubbio appartenenti a universi distanti, la combinazione di queste interpretazioni visive del mondo ci conduce nella dimensione estetica e simbolica di Thomas Braida. Uno dei pochi artisti in Italia che con coraggio affronta il peso della tradizione e si fa chiamare pittore, Braida, offre allo spettatore un concentrato iconografico di misteri, bellezze e atrocità, realtà e illusioni, che esplorano la storia e il contemporaneo, con una complessità capace di congelare il tempo trasformandolo in immagine sospesa. Figure tra il mostruoso e il mitologico, paesaggi tra il reale e l’immaginario, nature morte fantascientifiche e tangibili, raccontano necessità primordiali e denunciano segrete fantasie, coinvolgendo il pubblico in un percorso introspettivo di ricerca. Il mondo dell’artista supera il reale non avendo nulla tuttavia a che spartire con il “surreale”, rivelando una dimensione di perversità mistica e sublime. Quella di Braida è un’icona riconoscibile, fondata, citata, eppure delirante nella sua nuova veste.

Il contrasto tra l’apparente oscurità in cui spesso campeggiano i soggetti dei quadri e lo sfolgorio policromatico delle tele è talmente sorprendente da provocare un’immediata reazione emotiva, una scossa che solo in un secondo momento lascia via libera a un processo meditativo. Un’iniziale sensazione di pace viene interrotta di fronte al moltiplicarsi di segnali anomali: mostruosità, intrusioni kitsch, umoristiche o oniriche, simboli provenienti dalla politica o appartenenti ai ricordi dello stesso Braida che si insinuano in nature morte e paesaggi, in scene religiose, in quadri a soggetto mitologico o storico. Le tele dell’artista piombano addosso allo spettatore in tutta la loro narrazione e carica visiva con la violenza di un’esplosione.

Giocando con gli stereotipi appartenenti a generi e stili, a fiabe, miti e personaggi, Braida ne re- interpreta la simbologia, costruendo un racconto composto di elementi riconoscibili, da decodificare seguendo il proprio lato più ambiguo, indagando modi alternativi di percepire la storia, i dettagli del quotidiano, le inclinazioni comportamentali e i ruoli sociali. Il pittore, facendo propria la cultura del visivo, combinando tradizioni artistiche, letterarie, iconologiche di provenienza disparata, non ha timore di costruire il nuovo. Le fonti a cui attinge assumono una vita propria e la citazione è preludio all’inedito, primo appiglio verso una conoscenza solo apparentemente certa. Quella di Braida è una poetica che apre ai modi in cui il simbolo opera nella conoscenza e coscienza di ogni singolo sguardo, e i lavori, a loro volta, restituiscono lo sguardo a loro indirizzato: quasi un avvertimento che sembra voler comunicare come i viaggi dentro l’immagine siano unici e molteplici. Il segno del pittore non potendo essere catturato e imprigionato in una fissa definizione assume diverse e potenziali sostanze tra il dramma e la meraviglia ponendo lo spettatore nella condizione di organizzare il proprio percorso all’interno di una dimensione simbolica solamente delineata.

Braida ci rammenta così come il quadro sia molto più che un’esperienza puramente visiva, è piuttosto un libro, un repertorio di immagini e di aspirazioni, di racconti reali e immaginari in cui la dialettica segno-significato non è sempre prevedibile. La tela diventa teatro-mondo, un palco bidimensionale che offre uno spettacolo a cavallo tra universi e tempi dove la corporeità della pittura, la sua struttura scenica e le forme ibride sono in grado di stimolare molto più di ciò che la superfice presenta.